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lunedì 22 ottobre 2012

DIALOGO SURREALE , LUI, LEI!


LUI: vorrei dirti che l'altra sera ho pensato a te e.....
LEI: credi che sia vecchia?
LUI: volevo solo accarezzarti i capelli, sono sempre così morbidi.
LEI: credi che la nostra storia possa durare?
LUI: la tua pelle mi piace molto è come una pesca.....si credo di si
LEI: vorrei che tutto fosse più facile
LUI: stai tranquilla, baciami
LEI: la fai semplice, Tu
LUI: è semplice
LEI: con tutti i problemi che ci sono?
LUI: noi siamo adesso, Liberi
LEI: liberi di credere?
LUI: no volevo dire.....liberi di vivere

FINE!

pubblicato da : Stefano Pieroni  https://www.facebook.com/stefano.pieroni.98

mercoledì 19 settembre 2012

Per trovare un lavoro

Ciao a tutti, stavo riflettendo sul lavoro giovanile, beh posso dire che in realtà non ci ho capito nulla, ho solo capito che cercare lavoro è la cosa più difficile da fare. Ho fatto ogni tipo di colloquio e ho inviato ogni tipo di candidatura, ma la risposta che ho ricevuto è sempre stato un secco "NO!", o meglio, qualche volta ho ricevuto una risposta del tipo: "no grazie in questo periodo non cerchiamo nessuno, ma la ringraziamo per averci contattato", altre volte neanche mi hanno degnato di una risposta.
Mi hanno sempre rifiutata per ogni tipo di lavoro, mi hanno richiesto l'esperienza per ogni tipo di lavoro, anche per il lavoro più stupido. Tante di quelle volte sono caduta in depressione, chiedendomi che cosa non va in me; cos'è che mi manca?
Mi hanno anche detto che dovrei inventarmi un lavoro, ci ho provato! Ci sto ancora provando. Quindi in un periodo di crisi ho deciso di affidarmi ai miei sogni sperando che un giorno possano diventare realtà, perché la realtà è pericolosa, ti ferisce senza chiederti scusa, ti fa sentire una grossa fallita. Mi chiedo come mai questo paese sia diventato un posto per vecchi dove i giovani non hanno più nessun futuro o nel quale per averne uno vivibile l'unico modo è quello di vendersi.. vogliono che ci accontentiamo di un futuro mediocre dove non c'è posto per i sogni.
Io ho combattuto con tutte le mie forze per avere un lavoro decente, ma alla fine mi sono convinta che non debbo cercare a tutti costi un lavoro. Voglio regalarmi una vita nella quale ci sia una speranza. Voglio credere che un giorno potrò realizzare il mio sogno: quello di far conoscere la mia essenza da artista da strapazzo.
Così, in questa serata uggiosa, vi volevo solo comunicare che la vita va vissuta aggrappandoci ai nostri sogni perché è l'unica cosa che ci fa sentire vivi. Vi do un consiglio: chiudete gli occhi, cercate di immaginare cosa vi rende felici, focalizzatelo e poi abbracciatelo come un figlio d'amare. Poi provate a leggere tanto perché sui libri troverete la vostra ispirazione e poi la cultura vi renderà liberi da ogni prigione che questa società vuole imporci.
Non vorrei sembrare una vecchia donna anziana che cerca di dispensare consigli.. io in realtà non potrei consigliare nessuno perché io stessa non sono perfetta (se riesco a vedere una piccola luce di speranza lo devo al fatto che nella mia vita ho sempre rischiato)... ma vorrei salutarvi dicendovi anche: per avere una vita dove i sogni sono possibili non fermatevi al primo no o davanti a qualcuno che vi farà qualche critica; rischiate, buttavi nel mare e provate a nuotare insieme agli squali. Poi chissà se un giorno ci sarà qualche pesciolino in grado di mangiare uno squalo.

sabato 28 luglio 2012

Parlando con la mia coscienza

- Ho ansia!
- Perché?
- Ho ansia perché sono giovane.
- Allora non dovresti essere in ansia, dovresti pensare solo a divertirti.
- Beh! Vorrei vedere cosa faresti tu al mio posto.
- Io?
- Si!
- Allora io andrei fuori, non senti la musica?
- Si! Ma alla fine è solo Giorgia che canta.
- Non ti piace!?
- Non rispondo.
- Cosa sogni?
- Sogno di avere tanti soldi, di comprare una casa al mare e di avere una famiglia tutta mia!
- Perché sei sempre cosi nervosa e aggressiva?
- Perché ho paura di essere attaccata, alla fine reagisco come un cane!
- Come un cane?! Tu sei tutta pazza.
- Per favore non contribuire anche tu!
- Tu sai chi sono io?
- Allora, i casi sono due: o tu sei la mia coscienza o forse sei la morte!
- ROSALBA!!!
- Sì.
- Svegliati, sono la tua coscienza!
- Meno male!
- Voglio darti un consiglio, spegni il tuo cervello per una buona volta!!!
- mmm... ok!   

venerdì 8 giugno 2012

Incompleto


La mia finestra è un palo, un palo immobile, una finestra che non può essere aperta. Polvere su polvere. Guardo fuori attraverso il vetro e vedo un cielo a piano terra, un cielo diviso, un cielo cieco a metà. Ecco, il palo che salva dalla pena, il palo che non accontenta mai, eppure, resta il gesto, l’eterna impresa incompiuta, palo. Urla per le strade, infestate da ambulanti randagi che cercano risposte lontane, qualche cenno improvviso, risoluto, che possa arrestare il loro errante vagare - Castagnieeeee . Urla indistinte dal gioco come le stanche onde di un lago che placide vanno e vengono nella mia testa, urla del primo pomeriggio, per uno scherzo, per una risata che non smette di divertire. Bambini già grandi, nei fatti, nei sogni infranti di una strada che non vuole raccontare favole, inutili racconti da scuola materna. C’era una volta la strada. Gli occhi servono per vedere e non vedere. Le mani sanno della loro forza, dell’innocenza perduta. L’amore è paura. L’amicizia è timore. Una volta tanto apro gli occhi e li vorrei chiudere. Trattengo il respiro della coscienza: apnea emotiva. Vado in fondo ai miei pensieri ad un passo dall’oblio, sono circondato dal vuoto dell’esistenza, dalla strada affamata di vita. C’era una volta un sogno che sapeva di speranza, lo so, lo spero. Vado giù a cercarlo. Continuo la discesa e l’ossigeno inizia a mancare, mentre stringo la mandibola per non perdere le ultime briciole d’aria, la testa si fa più pesante, i pensieri come macigni mi portano a sprofondare tra le correnti marine. Sono stanco. Mi abbandono al mare, al suo silenzio. Vedo strani pesci nel fondale che mi avvolgono in un abbraccio viscido. Mi riportano alla superficie in un attimo. È lì che incontro gli occhi di quel ragazzo. Occhi furbi e freddi che sanno di storie lontane e ombre perdute, fantasmi e cuori, miseria e immatura redenzione -Saivvooo- mi chiama. Lo vedo, alle porte di un cancello metallico, che si avvicina verso di me, cammina in fretta. Il suo volto è segnato da mille cadute,ferite, dai spregiudicati colpi della strada. Ogni favola ha la sua morale, ogni strada ha le sue cicatrici. Cicatrici inevitabili che parlano nel silenzio, crescono nel rancore. Piccolo con il corpo d’acciaio e sangue, con lacrime mute sotto la pelle mi saluta con un abbraccio veloce e inconsistente. Gli parlo -Dove abiti, dove vivi?- e le sue risposte sono un eco, i fumi stanchi di una nave lontana, una sfida da affrontare -Non ho una casa, non ho una famiglia- e mentre parlava, fumava un mozzicone di sigaretta. Aveva dodici anni e aveva iniziato dai dieci anni. A dodici anni fumava già la solitudine.- Ne vuoi una?- mi disse senza guardarmi.”Non fumo”risposi senza parlare. Lo guardai e cercai il profondo senso del suo nome, il respiro nell’apnea, la speranza di una nuova vita. Ecco un cuore solo che si scopre incompleto.


giovedì 7 giugno 2012

ANIMA



L'anima si tinge
di variopinti messaggi
come l'ala di una farfalla
cosparsa di mille colori.
Identificandomi con te
ho la sensazione di
annullamento istantaneo.
Un'ebbrezza mi coinvolge
nella sua freschezza, tale
da fare di me qualcosa
nelle tue mani.
Si, sono cosparso
e perso di te. 







pubblicato da:Aquila Selvaggia

mercoledì 6 giugno 2012

Il Dissuadersi del Tempo

Vidi l'eternità innanzi a me,
il fragore del tempo diradarsi in un singolo piccolo gesto.
L'ombra del passato tese la sua mano, pregandomi silenziosamente di afferrare il suo dolore, e mentre un vecchio orologio, regalava il suo ricordo di solitudine e pace al mio cuore, mi voltai chiudendo gli occhi, e rinnegando la lacrima che ormai di fretta, fuggiva da me, rompendo il silenzioso ticchettare del tempo... sussultai nella notte:
Non posso dormire.. devo rivederti.




 pubblicato da: Gabriele Costa


SOGNO DI TE

L'amore che nasce in me,
porta ad un sottile tormento
ad una graduale sensazione dolorosa
dolce, struggente.
Ti sogno come non sei,
angelo della vita
di una vita, la mia, che lentamente
va risvegliandosi al chiarore primitivo
di un'alba.
Posso averti, posso sperare...?
L'incertezza è il mio pasto,
il tormento la mia soddisfazione
e l'amore la ragione di vita.



pubblicato da :"Aquila selvaggia" 

mercoledì 30 maggio 2012

Dimmi qualcosa

Io sono viva perché ho scelto io di esserlo, non perché una qualunque coppia di irresponsabili ha deciso di fare un secondo figlio. Sono viva perchè ho deciso di lottare con le unghie e con denti per restare a questo modo, io non sono mai stata un genio, non ha mai avuto nessuna capacità in particolare, solo quella di essere una dannatissima testarda. Ho sempre saputo di esserlo, ma prima nascondevo parte del mio carattere per paura. però ho sempre odiato chi si atteggiava migliore me.
Sapete, ho creato questo blog fondamentalmente per farmi conoscere e per mostrare i miei lavori, dato che avvicinarsi a un gallerista è una cosa impossibile.. (non essendo un'artista "bohemien" o "alla moda" figuriamoci se mi danno a parlare e mi prenderono inconsiderazione). D'altra parte di continuare a fare altre mostre "folcloristiche" non ne avevo più voglia.
Pur non avendo nessuna capacità ho voglia di raccontavi quello che sono e quello che voglio.. magari tutto vi suonerà banale e scontato ma io sono questa e di più non so fare.


Ora sta a voi raccontarmi qualcosa. Alcuni di voi hanno già iniziato raccontandomi delle storie, quindi, tu che mi stai leggendo, non hai voglia di raccontami nulla?

mercoledì 23 maggio 2012

Lontano tra mille soli...sono con te

Mi guarda e non vede niente, le parole sembrano nuvole bianche e lontane…cosa cerca in quella stanza? Dorme da piccolo uomo, vive nel corpo di un fragile bambino in una strana realtà che non lo ha capito e non lo vuole capire. Sembra parlare al vento con suoni incomprensibili. Ride e ride nel tuo teatro inutile mentre Piange di silenzi nascosti tra il cuore e l’anima, tra i sogni che non farà. Solo urla strozzate tra i denti della sua innocenza che rivendica giustizia, quella che non conosce. E’ solo una piccola fiamma che cerca l’oblio, il cielo, il buio…brucia di sè illuminando il vuoto deii suoi occhi che tremano di delirio e paura. Cosa cerca in quella stanza? Piccolo uomo che cammina e si stanca, gioca e non si diverte, disegna senza immaginare le case che non ha visto, le mani che non ha trovato, i sorrisi che non ha capito, gli occhi che lo hanno tradito…strano uomo che immagina i come e non cerca i perché. Lo vedo, corre lontano e non torna più, ci saluta gridando da lontano coi suoi occhi spenti, danza l’ultimo ballo della vita, abbraccia la sua pelle, accarezza i suoi occhi senza grazia e armonia, canta una canzone senza parole e suoni, è soltanto lontano...grida e piange, ride e muore in questo silenzio, lontano tra mille soli spenti gli tengo la mano…non lo vedo più…dove sei piccolo uomo, cosa cerchi in quella stanza?

pubblicata da Salvatore Di Francia 

sabato 12 maggio 2012

Che fine hanno fatto i piapiesi?

 Irene Grassi


Non so se lo sapete, ma io come primo mestiere ho fatto la programmatrice di sogni. Ho iniziato all'età di otto anni, su Piàpia.
Piapia è il pianeta da cui proveniamo io, mio fratello e due o tre dei nostri amici: lassù, vivevamo in case a forma di animali giganti, dipinte in colori vivaci -la mia era un gattino giallo, e aveva la porta in corrispondenza della bocca. Ognuno di noi aveva un lavoro, che svolgeva nottetempo, o meglio, mentre era notte sulla Terra. Quando i nostri genitori terrestri ci mandavano a dormire, passava a prenderci l'astronave che ci portava ai nostri lavori piapiesi, che erano straordinariamente eccitanti. Io, per l'appunto, programmavo sogni: inventavo una trama, le davo forma, colori e il nonsenso tipico dei sogni, e la inviavo al destinatario dormiente, sulla Terra.
Quando la dissi a mia nonna, questa storia dei bambini piapiesi che lavorano, lei la prese male: credo che si immaginasse uno sfruttamento spietato, tipo fabbriche alla Dickens. Invece no, noi su Piapia ci stavamo bene a lavorare, perché ognuno sceglieva il suo mestiere per passione e vocazione. Non mi ricordo nemmeno se prendevamo soldi.
Cioè, sì, i soldi c'erano, si chiamavano lucchini, ma li ricordo come una cosa assolutamente slegata dal mio lavoro. Forse da qualche parte ho conservato qualche banconota, con sopra scritto un numero e alcune parole che non saprei più tradurre: purtroppo, ho dimenticato tutto il mio piapiese.
Piapia sta appena dopo Plutone, ma in un altro sistema solare, e nessuno l'ha ancora scoperta. La sua città più antica si chiama Kèmerik, dove sono nata io; la città più grande, dove lavoravo e vivevo nella casa a forma di gatto, si chiamava Lìstethen. I miei vicini erano altri bambini piapiesi che stavano in case a forma di cani rossi, o cavalli verdi, o serpenti viola, e facevano lavori bellissimi, ma non me ne ricordo quasi nessuno. Quello che mi ricordo, l'unico, è il pilota di case volanti -perché, giustamente, le case a forma di uccelli volavano. Un mio amico faceva questo lavoro, anche se era un principe. Un principe, come quelli delle fiabe, che però vestiva di viola e non aveva un cavallo, ma un lavoro, come ce l'avevano tutti. Era il mio principe piapiese, e io sapevo che l'avrei sposato. Insieme andavamo ovunque sulla sua casa volante: viaggiavamo anche nel tempo. Una volta mi portò a vedere i dinosauri, solo io e lui.
Piapia era un pianeta popolato di soli bambini, dove gli adulti non potevano entrare, perché avrebbero fatto solo danni. Per esempio ci avrebbero insegnato il rancore, cosa che su Piapia assolutamente non esiste, e se litighi con qualcuno il giorno dopo è di nuovo tuo amico. Poi ci avrebbero mostrato l'invidia, e con essa il desiderio di prevalere, di guadagnare soldi, di avere più cose. E su Piapia non aveva senso, perché tutto poteva appartenerti, tutte le esperienze che volevi fare, tutte le persone che volevi accanto. Ci si stava così bene che, qualche volta, di straforo, io e mio fratello ci facevamo una scappata anche di giorno, quando non ci vedeva nessuno: bastava chiamare l'astronave con un gesto segreto.
Poi è successo che sono andata via di lì, non mi ricordo più quando. Mi ricordo, invece, perché: ero cresciuta, e non volevo più starci. Ognuno se ne va, prima o poi, ma solo qando vuole. E mi ricordo come, cioè nel modo in cui vanno via tutti: dimenticandomi totalmente di Piapia. Faccio fatica, oggi, a ricordarmi com'era fatta. Il mio principe piapiese, anche lui è venuto via; si è sposato con una terrestre che non ha mai voluto credere alla storia del pianeta dei bambini, ed è più contento così. 
E io, siccome avevo un passato da programmatrice di sogni, ho studiato letteratura. Forse il nesso era chiaro solo a me, e adesso sono qui che non so bene come riciclarmi su questo pianeta. Una cosa che mi piace fare, anche se non ho ancora imparato bene, è scrivere, perché è l'unica attività terrestre che mi ricorda il mio primo lavoro. Stare qui mi piace, anche se è molto più complicato, o forse proprio perché è più complicato, perché è stuzzicante, divertente, imprevedibile. A volte è doloroso, quello sì: bisogna farci i conti.
E adesso, mi chiederete, che fine hanno fatto i piapiesi?
Qualcuno ce l'avete accanto, e non si ricorda nemmeno di esserlo.
Qualcuno lo sa, ma fa il vago, sperando che non lo scoprano.
Qualcuno vorrebbe tornare, ma non può, e resta a struggersi di nostalgia.
Qualcuno voleva tornare, e, non potendo, ha cercato di creare sulla Terra un pezzetto di Piapia.
Qualcuno c'è perfino riuscito.
Io ho deciso di provarci.

giovedì 10 maggio 2012

solo per me (il mare)


I suoi capelli erano sciolti al vento di quel pomeriggio. Passeggiava sulla spiaggia guardando il mare in tutta la sua furia solitaria. Le onde si alzavano e cadevano, crescevano come a voler nascondere l’orizzonte e si sbriciolavano in vapori di schiuma. Il vento raccontava questa battaglia trasportando salsedine e sconfitte. Il mare è solo. Immenso nel suo respiro di onde che si rincorrono e non si trovano, di navi che danzano disperse tra la corrente del vento, di uomini che, ostinati, pregano alle stelle, se non blasfeme parole, silenziose nenie e profani pensieri. Passeggiava lungo il bagnasciuga lasciando dietro di sé piccoli mondi profondi, piccole orme senza gravità, senza sole. Era elegante ma i suoi pensieri lontani guardavano un mare diffidente e arrogante. Viveva, come in un sogno freddo, la trama di un libro sussurrata all’orecchio da una voce indifferente, la costante sensazione di non aver più l’idea di guardare lontano oltre il pianto, oltre le difficoltà. Era il mare che non la capiva. Troppo grande per capire il mondo che cambiava. Un vecchio amico che non ti conosce più. Si fermò guardando la corsa di un onda che s’arrestava vicino ai suoi piedi e rifluiva verso il mare, pensò ad un bambino che, allontanatosi, ritorna tra le gambe del padre. Rivide la sua infanzia lontana, la sua vita in un sospiro di piccole ingenuità. Alzò gli occhi e vide il mare che non le apparteneva, il coraggio che le mancava. Vide un piccolo gabbiano che scarabocchiava il cielo, la luna che non esisteva, le nuvole che cercava.

“ma in fondo vivere
non è difficile
non è che un fuoco azzurro e noi
rimaniamo così
a rivedere scintille d'agosto

che il
mare  gonfia in vapori di nuvole”

Salvatore Di Francia




martedì 8 maggio 2012

Scrivere


Accade raramente, quando la sofferenza ha il sopravvento. Quando mi creo l'alibi dell'altr*, quando il Daimoku... magari più tardi.
Le parole si inventano da sole, non c'è creatività, non c'è passione, non c'è amore. Sono qua, senza un significato ben preciso. L'esigenza di scrivere sfugge ad ogni regola di comunicazione. E' come respirare, non è che mi metto là e comincio a riflettere sul respiro. Esce da se. Eppure il respiro si può controllare. Quasi nessuno riesce a respirare bene, io per nulla. Fumo. E' la seconda sigaretta oggi. Nulla di buono, significa che ieri notte ne avrò fumate 250.

Le potenzialità dei social network vengono annullate dalla massa. Chi avrà tempo e voglia di leggere questa avrà perso tempo. Troppi trasmittenti. Pochi, pochissimi riceventi.
Scrivo, si scrivo. Per farmi compagnia. Per far finta di non ascoltare. Per urlare.
Continuerò a far finta di leggere, qui in Facebook. Non mi resta che scusarmi con te che leggi. Io mi ritiro... io scrivo.   

                                                                
Alessandro Pistola


lunedì 7 maggio 2012

-Questo è un croccofante, ovvero: Adelfia spiegata al resto del mondo

Questo è un croccofante, dice uno passando un temperino verde a un altro.
L'altro potrebbe ribattere: ma no, è un temperino!
Invece no. Il primo insiste: questo è un croccofante.
Che cos'è? dice il secondo, con aria interrogativa
Un croccofante, risponde il primo. Mi sembra ovvio.
Il secondo lo passa a un terzo, dicendo: questo è un croccofante.
Il terzo strabuzza gli occhi e dice: che cos'è?
Il secondo si rivolge al primo: che cos'è?
Il primo dice: un croccofante.
Il secondo: un croccofante.
Il terzo lo prende, e si rivolge a una quarta: questo è un croccofante, dice.
E lei: che cos'è??
e lui, al secondo: che cos'è?
e il secondo al primo: che cos'è?
E il primo: un croccofante!
E il secondo: un croccofante.
E il terzo: un croccofante.
Questo è un croccofante, dice la quarta passandolo al quinto.
Il gioco potrebbe andare avanti per ore.

Ma che cavolo è un croccofante?

Vedete, io lo so cos'è un croccofante. Però mi è un po' complicato spiegarlo in una sola parola. Se vi interessa, posso provare a raccontarvelo, ma sappiate che ci vorrà un po', che potrei annoiarvi, o che potrei sembrarvi matta. A voi la scelta se leggere o meno.

Esiste un posto, in Sicilia, affacciato sul Mediterraneo. Lo accarezza il sole, lo scuote il vento, lo culla il mare. Lo popolano, solo d'estate, quelli che sanno che esiste, che sanno com'è o ne hanno sentito parlare, e che hanno voglia di sobbarcarsi il viaggio. Quindi, pochi. Questo posto si chiama Adelfia, che vuol dire fratellanza.

C'è un mattonato giallo sotto una tettoia. Lì si mangia, perchè sale da pranzo non ce n'è. I gabinetti sono pochi, e non possono inghiottire carta igienica, se vuoi che funzionino. Per questo, ci sono accanto i cestini. Spesso manca l'acqua, e prima che arrivi l'autobotte può passare un giorno o due. Ovviamente non c'è lavastoviglie, e i piatti vanno lavati a mano. Le stanze possono ospitare, stipandole, da quattro a sei persone, senza distinzioni di sesso, su letti a castello vecchi e cigolanti dalle doghe mobili, o su brandine senza spina dorsale. I bagni chiaramente sono comuni, e hanno solo due docce. Si fa la fila e si attende il proprio turno, oppure ci si fa la doccia fuori, con l'acqua fredda. O meglio ancora, in spiaggia, così il centro risparmia acqua. E una sola doccia al giorno, per carità. Come dicevo, c'è la spiaggia. Proprio lì davanti, basta scendere una ventina di gradini senza corrimano e attraversare la Cammarana facendo attenzione a non essere arrotati dai Suv. E' una spiaggia di sabbia, bella rovente, che proprio in corrispondenza dell'accesso al mare lascia il posto a uno spesso strato di sassolini appuntiti.

Si sta bene, ad Adelfia.

Per il fatto che vivi praticamente a cielo aperto, il cielo ti riempie gli occhi, e così il mare, che qui certamente non fa il timido: non sta mai zitto, e si mostra in tutto il suo splendore luccicante e spumeggiante in qualunque momento tu lo voglia, appena ti avvicini a quella terrazza grande, semicircolare, delimitata solo da un muretto. Quando si fa sera, tutti accorrono alla terrazza, e si siedono: è l'ora dello spettacolo. Il sole esce di scena, e saluta il suo pubblico con un tramonto mai uguale a un altro, impilando sopra di sè uno strato di colori che nessuna macchina fotografica riesce a catturare come si deve. Ocra, arancio, rosa, lilla, indaco, e sopra è già blu, e sotto è rosso fuoco, e il mare resta grigio perchè sa a chi deve lasciare la scena quando è il momento: fa solo una dolcissima controscena, cantando piano la sua canzone ritmica e scrosciante.
Cantiamo anche noi! Cantiamo?
Akanamandla, alleluia! Akanamandla u satanè!
Il diavolo è stato sconfitto, sarebbe a dire.
Incominciano i bassi, scavando le fondamenta con note solide e profonde, mobili eppure stabili, con volti gravi come si conviene a chi svolge un compito importante: noi siamo la terra, senza di noi si cade. Dovete fidarvi di noi, caderci in braccio. Sopra di loro, i tenori, più lisci e leggeri, costruiscono l'impalcatura armonica innalzando mura alte una quinta, con l'aria ascetica di chi pensa: noi siamo le ossa, senza di noi si cade. Dovete abbracciarci, circondarci, e non dimenticare mai la nostra presenza, perchè siamo forti, ma delicati. Una strofa dopo, i contralti, sull'ottava più alta, disegnano piccoli gradini, delineano mura interne, aprono e chiudono finestre, tracciando linee dolci e decise con un sorriso malizioso e seducente: noi siamo la rete, senza di noi si cade. Dovete prenderci, tenderci, e mai sovrastarci. E infine, in gradevolissimo controtempo, i soprani chiudono il tetto coi loro svolazzi rapidi e precisi, pennellando gli ultimi dettagli essenziali con sguardo vivace e gioioso, e sicuro, come chi sa di essere importante: noi siamo le ali, senza di noi si cade. Dovete sostenerci anche voi, però, se volete volare.

Qui si può volare, che voi ci crediate o no. Perchè qui niente è ordinario.
Ti sbucci un ginocchio e non ti fa male.
Ingrassi e ti piaci lo stesso.
Fai il bucato e lo trovi piacevole.
Senti che vuoi bene a qualcuno e senza pudori glie lo dici.
Senti la voce di Dio e gli rispondi.
Cammini e non ti stanchi.
Corri e non ti affatichi.
Ti alzi in volo, come un'aquila.

Che splendida, varia umanità si incontra ad Adelfia! C'è chi per stare al sole deve ricoprirsi di crema per neonati albini pena l'autocombustione, e chi la crema neanche la compra, chè tanto più nero di così non può diventare. C'è chi dopo il mare sfoggia una criniera da leone e chi, diciamo, non ha mai bisogno del fon. Ci sono ragazzi che portano la loro ragazza e ragazzi che invitano il loro ragazzo. C'è chi viene da un altro paese e dice "minchia" con altrattanta convinzione di un siciliano autoctono. C'è chi, quando gli chiedi di dov'è, prima ti dice dove è nato e poi dove sta.

Ma, per questa settimana, siamo tutti di qui. Apparteniamo al mare, al sole, al vento. Apparteniamo ciascuno all'altra, e possiamo anche dimenticarcene, ma basterà guardarci negli occhi e...

Questi occhi non li dimentico.
Occhi scuri, dolci, curiosamente inclinati all'ingiù, accompagnano sorrisi maliziosi e accolgono la meraviglia, e sanno leggere la Parola con singolare attenzione... occhi umili, saggi e attenti.
Occhi chiari e insieme profondi, di un azzurro impastato di grigio, sotto una fronte aggrottata, velati di una malinconia testarda da artista, e traboccanti di passione da innamorato.
Occhi limpidissimi, celesti e puri, buoni per definizione e senza inganni, ti inchiodano con semplicità disarmante, ti scavano nell'anima e si lasciano scavare.

Adelfia vuol dire fratellanza, e per chi la conosce vuol dire anche magia, meraviglia, commozione. Più che un luogo, Adelfia è uno stato d'animo, che fuori di qui è difficile ritrovare. Adelfia ti appartiene e tu appartieni a lei. Puoi non tornarci, ma una volta che ci sei stato te la porti dietro, te la porti dentro.

Parlare di Adelfia al resto del mondo è come dire:
Questo è un croccofante.
Non ti capiranno mai.
Bisogna che la vedano.
Io non vi dico più niente.


Irene Grassi



domenica 6 maggio 2012

La favola del rumore dell'anima

Vi voglio raccontare la storia di una ragazzina che non sapeva parlare, sarò molto breve nel raccontarla perché in fondo non c'è molto da dire.
La ragazzina era assai carina, aveva lunghi capelli color nocciola e due occhi grandi e verdi, non sapeva bene comunicare col prossimo, trovava che la gente fosse assai sciocca, diceva sempre tante banalità.
E cosi la ragazzina crescendo decise che avrebbe consumato solo 10 parole per ogni persona che avrebbe incontrato nel suo cammino.
Un bel giorno la ragazzina che ormai era diventata una ragazza si trovò seduta su uno scoglio vicino al mare, lì incontrò un ragazzotto dalla pelle scura che sembrava un principe persiano. La ragazza si avvicinò e capì che neanche il ragazzotto era di grandi parole e cosi lo invitò a sedersi sugli scogli insieme a lei.
Alla ragazza si accese una lampadina e capì che con lui avrebbe avuto la possibilità di parlare e farsi finalmente ascoltare. Cosi la ragazza cominciò a parlare, tanto. A tutt'oggi la ragazza continua a parlare col suo bellissimo ragazzotto dalla pelle scura.

giovedì 3 maggio 2012

"L'ABIURA"...eppur..




“Noi concediamo all’imputato il tempo di prepararsi al pentimento”

Stava seduto davanti alla giuria appoggiato allo schienale della sedia. Era una sedia scomoda e nodosa, di quelle che s’imprimono sulla pelle. La luce del sole attraversava la stanza e investiva solo parzialmente la figura dell’imputato che a vederlo pareva spento. Le braccia giacevano stanche sulle sue gambe e le mani si stringevano a vicenda con forza come se lottassero o come se fossero l’unica espressione di vita nel suo corpo, ma non era così. I suoi occhi erano vivi. E con essi vide la giuria che lo guardava e confabulava interrottamente producendo un brusio scomposto che si propagava per tutto il tribunale. Vide che era circondato da giudici e si rese conto che era al c’entro della stanza. Come a seguire l’armonia dei giudici, anche la stanza era circolare. Si guardava attorno. Era un’attesa snervante, forse, inutile. Vide la frase che era scritta sopra i giudici “La vita è uguale per tutti” e involontariamente, rabbrividì. Ecco era il suo turno, si alzò dalla sedia e iniziò a parlare.

“Io, vorrei…si voglio, sono pronto a confessare tutto quello che vi piacerà, perché sono giovane e tale voglio restare…essendo gravemente sospetto di eresia per aver pensato alla morale, o per aver malinconicamente affrontato le giornate di sole in tempi felici…e volendo io cancellare dalla vostre menti questo terribile sospetto, qui davanti a voi, abiuro, rinnego e detesto gli errori suddetti e le eresie…io proclamo che la vita è sempre bella, che bisogna essere sempre felici e che la vita va vissuta sempre al massimo senza ritegno e senza controllo, che ogni lasciata è persa e che bisogna provare tutto, bisogna sballare, bisogna perdersi per ritrovarsi. Io dichiaro che bisogna seguire il proprio cuore, che gli amici sono quelli che ti dicono sempre si, che le difficoltà non esistono, che le difficoltà non servono, che… che oggi è il più bel giorno della mia vità”

Chiuse gli occhi e si girò verso la porta. Camminava lentamente scivolando sul pavimento lucido senza rumore…i giudici ammiccavano sereni e compiaciuti tutt’intorno nella sala…aprì gli occhi e schiarì la vista prima di pronunciare il suo pensiero più vivo: “eppur si muore”





pubblicata da Salvatore Di Francia