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venerdì 11 maggio 2012
giovedì 10 maggio 2012
solo per me (il mare)
I suoi capelli erano sciolti al vento di quel pomeriggio. Passeggiava sulla spiaggia guardando il mare in tutta la sua furia solitaria. Le onde si alzavano e cadevano, crescevano come a voler nascondere l’orizzonte e si sbriciolavano in vapori di schiuma. Il vento raccontava questa battaglia trasportando salsedine e sconfitte. Il mare è solo. Immenso nel suo respiro di onde che si rincorrono e non si trovano, di navi che danzano disperse tra la corrente del vento, di uomini che, ostinati, pregano alle stelle, se non blasfeme parole, silenziose nenie e profani pensieri. Passeggiava lungo il bagnasciuga lasciando dietro di sé piccoli mondi profondi, piccole orme senza gravità, senza sole. Era elegante ma i suoi pensieri lontani guardavano un mare diffidente e arrogante. Viveva, come in un sogno freddo, la trama di un libro sussurrata all’orecchio da una voce indifferente, la costante sensazione di non aver più l’idea di guardare lontano oltre il pianto, oltre le difficoltà. Era il mare che non la capiva. Troppo grande per capire il mondo che cambiava. Un vecchio amico che non ti conosce più. Si fermò guardando la corsa di un onda che s’arrestava vicino ai suoi piedi e rifluiva verso il mare, pensò ad un bambino che, allontanatosi, ritorna tra le gambe del padre. Rivide la sua infanzia lontana, la sua vita in un sospiro di piccole ingenuità. Alzò gli occhi e vide il mare che non le apparteneva, il coraggio che le mancava. Vide un piccolo gabbiano che scarabocchiava il cielo, la luna che non esisteva, le nuvole che cercava.
“ma in fondo vivere
non è difficile
non è che un fuoco azzurro e noi
rimaniamo così
mercoledì 9 maggio 2012
GIUSEPPE IMPASTATO
I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.
Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi
fissi nell'abisso.
martedì 8 maggio 2012
Scrivere
Accade raramente, quando la sofferenza ha il sopravvento. Quando mi creo l'alibi dell'altr*, quando il Daimoku... magari più tardi.
Le parole si inventano da sole, non c'è creatività, non c'è passione, non c'è amore. Sono qua, senza un significato ben preciso. L'esigenza di scrivere sfugge ad ogni regola di comunicazione. E' come respirare, non è che mi metto là e comincio a riflettere sul respiro. Esce da se. Eppure il respiro si può controllare. Quasi nessuno riesce a respirare bene, io per nulla. Fumo. E' la seconda sigaretta oggi. Nulla di buono, significa che ieri notte ne avrò fumate 250.
Le potenzialità dei social network vengono annullate dalla massa. Chi avrà tempo e voglia di leggere questa avrà perso tempo. Troppi trasmittenti. Pochi, pochissimi riceventi.
Scrivo, si scrivo. Per farmi compagnia. Per far finta di non ascoltare. Per urlare.
Continuerò a far finta di leggere, qui in Facebook. Non mi resta che scusarmi con te che leggi. Io mi ritiro... io scrivo.
Alessandro Pistola
Scrivo, si scrivo. Per farmi compagnia. Per far finta di non ascoltare. Per urlare.
Continuerò a far finta di leggere, qui in Facebook. Non mi resta che scusarmi con te che leggi. Io mi ritiro... io scrivo.
Alessandro Pistola
lunedì 7 maggio 2012
-Questo è un croccofante, ovvero: Adelfia spiegata al resto del mondo
Questo è un croccofante, dice uno passando un temperino verde a un altro.
L'altro potrebbe ribattere: ma no, è un temperino!
Invece no. Il primo insiste: questo è un croccofante.
Che cos'è? dice il secondo, con aria interrogativa
Un croccofante, risponde il primo. Mi sembra ovvio.
Il secondo lo passa a un terzo, dicendo: questo è un croccofante.
Il terzo strabuzza gli occhi e dice: che cos'è?
Il secondo si rivolge al primo: che cos'è?
Il primo dice: un croccofante.
Il secondo: un croccofante.
Il terzo lo prende, e si rivolge a una quarta: questo è un croccofante, dice.
E lei: che cos'è??
e lui, al secondo: che cos'è?
e il secondo al primo: che cos'è?
E il primo: un croccofante!
E il secondo: un croccofante.
E il terzo: un croccofante.
Questo è un croccofante, dice la quarta passandolo al quinto.
Il gioco potrebbe andare avanti per ore.
Ma che cavolo è un croccofante?
Vedete, io lo so cos'è un croccofante. Però mi è un po' complicato spiegarlo in una sola parola. Se vi interessa, posso provare a raccontarvelo, ma sappiate che ci vorrà un po', che potrei annoiarvi, o che potrei sembrarvi matta. A voi la scelta se leggere o meno.
Esiste un posto, in Sicilia, affacciato sul Mediterraneo. Lo accarezza il sole, lo scuote il vento, lo culla il mare. Lo popolano, solo d'estate, quelli che sanno che esiste, che sanno com'è o ne hanno sentito parlare, e che hanno voglia di sobbarcarsi il viaggio. Quindi, pochi. Questo posto si chiama Adelfia, che vuol dire fratellanza.
C'è un mattonato giallo sotto una tettoia. Lì si mangia, perchè sale da pranzo non ce n'è. I gabinetti sono pochi, e non possono inghiottire carta igienica, se vuoi che funzionino. Per questo, ci sono accanto i cestini. Spesso manca l'acqua, e prima che arrivi l'autobotte può passare un giorno o due. Ovviamente non c'è lavastoviglie, e i piatti vanno lavati a mano. Le stanze possono ospitare, stipandole, da quattro a sei persone, senza distinzioni di sesso, su letti a castello vecchi e cigolanti dalle doghe mobili, o su brandine senza spina dorsale. I bagni chiaramente sono comuni, e hanno solo due docce. Si fa la fila e si attende il proprio turno, oppure ci si fa la doccia fuori, con l'acqua fredda. O meglio ancora, in spiaggia, così il centro risparmia acqua. E una sola doccia al giorno, per carità. Come dicevo, c'è la spiaggia. Proprio lì davanti, basta scendere una ventina di gradini senza corrimano e attraversare la Cammarana facendo attenzione a non essere arrotati dai Suv. E' una spiaggia di sabbia, bella rovente, che proprio in corrispondenza dell'accesso al mare lascia il posto a uno spesso strato di sassolini appuntiti.
Si sta bene, ad Adelfia.
Per il fatto che vivi praticamente a cielo aperto, il cielo ti riempie gli occhi, e così il mare, che qui certamente non fa il timido: non sta mai zitto, e si mostra in tutto il suo splendore luccicante e spumeggiante in qualunque momento tu lo voglia, appena ti avvicini a quella terrazza grande, semicircolare, delimitata solo da un muretto. Quando si fa sera, tutti accorrono alla terrazza, e si siedono: è l'ora dello spettacolo. Il sole esce di scena, e saluta il suo pubblico con un tramonto mai uguale a un altro, impilando sopra di sè uno strato di colori che nessuna macchina fotografica riesce a catturare come si deve. Ocra, arancio, rosa, lilla, indaco, e sopra è già blu, e sotto è rosso fuoco, e il mare resta grigio perchè sa a chi deve lasciare la scena quando è il momento: fa solo una dolcissima controscena, cantando piano la sua canzone ritmica e scrosciante.
Cantiamo anche noi! Cantiamo?
Akanamandla, alleluia! Akanamandla u satanè!
Il diavolo è stato sconfitto, sarebbe a dire.
Incominciano i bassi, scavando le fondamenta con note solide e profonde, mobili eppure stabili, con volti gravi come si conviene a chi svolge un compito importante: noi siamo la terra, senza di noi si cade. Dovete fidarvi di noi, caderci in braccio. Sopra di loro, i tenori, più lisci e leggeri, costruiscono l'impalcatura armonica innalzando mura alte una quinta, con l'aria ascetica di chi pensa: noi siamo le ossa, senza di noi si cade. Dovete abbracciarci, circondarci, e non dimenticare mai la nostra presenza, perchè siamo forti, ma delicati. Una strofa dopo, i contralti, sull'ottava più alta, disegnano piccoli gradini, delineano mura interne, aprono e chiudono finestre, tracciando linee dolci e decise con un sorriso malizioso e seducente: noi siamo la rete, senza di noi si cade. Dovete prenderci, tenderci, e mai sovrastarci. E infine, in gradevolissimo controtempo, i soprani chiudono il tetto coi loro svolazzi rapidi e precisi, pennellando gli ultimi dettagli essenziali con sguardo vivace e gioioso, e sicuro, come chi sa di essere importante: noi siamo le ali, senza di noi si cade. Dovete sostenerci anche voi, però, se volete volare.
Qui si può volare, che voi ci crediate o no. Perchè qui niente è ordinario.
Ti sbucci un ginocchio e non ti fa male.
Ingrassi e ti piaci lo stesso.
Fai il bucato e lo trovi piacevole.
Senti che vuoi bene a qualcuno e senza pudori glie lo dici.
Senti la voce di Dio e gli rispondi.
Cammini e non ti stanchi.
Corri e non ti affatichi.
Ti alzi in volo, come un'aquila.
Che splendida, varia umanità si incontra ad Adelfia! C'è chi per stare al sole deve ricoprirsi di crema per neonati albini pena l'autocombustione, e chi la crema neanche la compra, chè tanto più nero di così non può diventare. C'è chi dopo il mare sfoggia una criniera da leone e chi, diciamo, non ha mai bisogno del fon. Ci sono ragazzi che portano la loro ragazza e ragazzi che invitano il loro ragazzo. C'è chi viene da un altro paese e dice "minchia" con altrattanta convinzione di un siciliano autoctono. C'è chi, quando gli chiedi di dov'è, prima ti dice dove è nato e poi dove sta.
Ma, per questa settimana, siamo tutti di qui. Apparteniamo al mare, al sole, al vento. Apparteniamo ciascuno all'altra, e possiamo anche dimenticarcene, ma basterà guardarci negli occhi e...
Questi occhi non li dimentico.
Occhi scuri, dolci, curiosamente inclinati all'ingiù, accompagnano sorrisi maliziosi e accolgono la meraviglia, e sanno leggere la Parola con singolare attenzione... occhi umili, saggi e attenti.
Occhi chiari e insieme profondi, di un azzurro impastato di grigio, sotto una fronte aggrottata, velati di una malinconia testarda da artista, e traboccanti di passione da innamorato.
Occhi limpidissimi, celesti e puri, buoni per definizione e senza inganni, ti inchiodano con semplicità disarmante, ti scavano nell'anima e si lasciano scavare.
Adelfia vuol dire fratellanza, e per chi la conosce vuol dire anche magia, meraviglia, commozione. Più che un luogo, Adelfia è uno stato d'animo, che fuori di qui è difficile ritrovare. Adelfia ti appartiene e tu appartieni a lei. Puoi non tornarci, ma una volta che ci sei stato te la porti dietro, te la porti dentro.
Parlare di Adelfia al resto del mondo è come dire:
Questo è un croccofante.
Non ti capiranno mai.
Bisogna che la vedano.
Io non vi dico più niente.
Irene Grassi
L'altro potrebbe ribattere: ma no, è un temperino!
Invece no. Il primo insiste: questo è un croccofante.
Che cos'è? dice il secondo, con aria interrogativa
Un croccofante, risponde il primo. Mi sembra ovvio.
Il secondo lo passa a un terzo, dicendo: questo è un croccofante.
Il terzo strabuzza gli occhi e dice: che cos'è?
Il secondo si rivolge al primo: che cos'è?
Il primo dice: un croccofante.
Il secondo: un croccofante.
Il terzo lo prende, e si rivolge a una quarta: questo è un croccofante, dice.
E lei: che cos'è??
e lui, al secondo: che cos'è?
e il secondo al primo: che cos'è?
E il primo: un croccofante!
E il secondo: un croccofante.
E il terzo: un croccofante.
Questo è un croccofante, dice la quarta passandolo al quinto.
Il gioco potrebbe andare avanti per ore.
Ma che cavolo è un croccofante?
Vedete, io lo so cos'è un croccofante. Però mi è un po' complicato spiegarlo in una sola parola. Se vi interessa, posso provare a raccontarvelo, ma sappiate che ci vorrà un po', che potrei annoiarvi, o che potrei sembrarvi matta. A voi la scelta se leggere o meno.
Esiste un posto, in Sicilia, affacciato sul Mediterraneo. Lo accarezza il sole, lo scuote il vento, lo culla il mare. Lo popolano, solo d'estate, quelli che sanno che esiste, che sanno com'è o ne hanno sentito parlare, e che hanno voglia di sobbarcarsi il viaggio. Quindi, pochi. Questo posto si chiama Adelfia, che vuol dire fratellanza.
C'è un mattonato giallo sotto una tettoia. Lì si mangia, perchè sale da pranzo non ce n'è. I gabinetti sono pochi, e non possono inghiottire carta igienica, se vuoi che funzionino. Per questo, ci sono accanto i cestini. Spesso manca l'acqua, e prima che arrivi l'autobotte può passare un giorno o due. Ovviamente non c'è lavastoviglie, e i piatti vanno lavati a mano. Le stanze possono ospitare, stipandole, da quattro a sei persone, senza distinzioni di sesso, su letti a castello vecchi e cigolanti dalle doghe mobili, o su brandine senza spina dorsale. I bagni chiaramente sono comuni, e hanno solo due docce. Si fa la fila e si attende il proprio turno, oppure ci si fa la doccia fuori, con l'acqua fredda. O meglio ancora, in spiaggia, così il centro risparmia acqua. E una sola doccia al giorno, per carità. Come dicevo, c'è la spiaggia. Proprio lì davanti, basta scendere una ventina di gradini senza corrimano e attraversare la Cammarana facendo attenzione a non essere arrotati dai Suv. E' una spiaggia di sabbia, bella rovente, che proprio in corrispondenza dell'accesso al mare lascia il posto a uno spesso strato di sassolini appuntiti.
Si sta bene, ad Adelfia.
Per il fatto che vivi praticamente a cielo aperto, il cielo ti riempie gli occhi, e così il mare, che qui certamente non fa il timido: non sta mai zitto, e si mostra in tutto il suo splendore luccicante e spumeggiante in qualunque momento tu lo voglia, appena ti avvicini a quella terrazza grande, semicircolare, delimitata solo da un muretto. Quando si fa sera, tutti accorrono alla terrazza, e si siedono: è l'ora dello spettacolo. Il sole esce di scena, e saluta il suo pubblico con un tramonto mai uguale a un altro, impilando sopra di sè uno strato di colori che nessuna macchina fotografica riesce a catturare come si deve. Ocra, arancio, rosa, lilla, indaco, e sopra è già blu, e sotto è rosso fuoco, e il mare resta grigio perchè sa a chi deve lasciare la scena quando è il momento: fa solo una dolcissima controscena, cantando piano la sua canzone ritmica e scrosciante.
Cantiamo anche noi! Cantiamo?
Akanamandla, alleluia! Akanamandla u satanè!
Il diavolo è stato sconfitto, sarebbe a dire.
Incominciano i bassi, scavando le fondamenta con note solide e profonde, mobili eppure stabili, con volti gravi come si conviene a chi svolge un compito importante: noi siamo la terra, senza di noi si cade. Dovete fidarvi di noi, caderci in braccio. Sopra di loro, i tenori, più lisci e leggeri, costruiscono l'impalcatura armonica innalzando mura alte una quinta, con l'aria ascetica di chi pensa: noi siamo le ossa, senza di noi si cade. Dovete abbracciarci, circondarci, e non dimenticare mai la nostra presenza, perchè siamo forti, ma delicati. Una strofa dopo, i contralti, sull'ottava più alta, disegnano piccoli gradini, delineano mura interne, aprono e chiudono finestre, tracciando linee dolci e decise con un sorriso malizioso e seducente: noi siamo la rete, senza di noi si cade. Dovete prenderci, tenderci, e mai sovrastarci. E infine, in gradevolissimo controtempo, i soprani chiudono il tetto coi loro svolazzi rapidi e precisi, pennellando gli ultimi dettagli essenziali con sguardo vivace e gioioso, e sicuro, come chi sa di essere importante: noi siamo le ali, senza di noi si cade. Dovete sostenerci anche voi, però, se volete volare.
Qui si può volare, che voi ci crediate o no. Perchè qui niente è ordinario.
Ti sbucci un ginocchio e non ti fa male.
Ingrassi e ti piaci lo stesso.
Fai il bucato e lo trovi piacevole.
Senti che vuoi bene a qualcuno e senza pudori glie lo dici.
Senti la voce di Dio e gli rispondi.
Cammini e non ti stanchi.
Corri e non ti affatichi.
Ti alzi in volo, come un'aquila.
Che splendida, varia umanità si incontra ad Adelfia! C'è chi per stare al sole deve ricoprirsi di crema per neonati albini pena l'autocombustione, e chi la crema neanche la compra, chè tanto più nero di così non può diventare. C'è chi dopo il mare sfoggia una criniera da leone e chi, diciamo, non ha mai bisogno del fon. Ci sono ragazzi che portano la loro ragazza e ragazzi che invitano il loro ragazzo. C'è chi viene da un altro paese e dice "minchia" con altrattanta convinzione di un siciliano autoctono. C'è chi, quando gli chiedi di dov'è, prima ti dice dove è nato e poi dove sta.
Ma, per questa settimana, siamo tutti di qui. Apparteniamo al mare, al sole, al vento. Apparteniamo ciascuno all'altra, e possiamo anche dimenticarcene, ma basterà guardarci negli occhi e...
Questi occhi non li dimentico.
Occhi scuri, dolci, curiosamente inclinati all'ingiù, accompagnano sorrisi maliziosi e accolgono la meraviglia, e sanno leggere la Parola con singolare attenzione... occhi umili, saggi e attenti.
Occhi chiari e insieme profondi, di un azzurro impastato di grigio, sotto una fronte aggrottata, velati di una malinconia testarda da artista, e traboccanti di passione da innamorato.
Occhi limpidissimi, celesti e puri, buoni per definizione e senza inganni, ti inchiodano con semplicità disarmante, ti scavano nell'anima e si lasciano scavare.
Adelfia vuol dire fratellanza, e per chi la conosce vuol dire anche magia, meraviglia, commozione. Più che un luogo, Adelfia è uno stato d'animo, che fuori di qui è difficile ritrovare. Adelfia ti appartiene e tu appartieni a lei. Puoi non tornarci, ma una volta che ci sei stato te la porti dietro, te la porti dentro.
Parlare di Adelfia al resto del mondo è come dire:
Questo è un croccofante.
Non ti capiranno mai.
Bisogna che la vedano.
Io non vi dico più niente.
Irene Grassi
domenica 6 maggio 2012
La favola del rumore dell'anima
Vi voglio raccontare la storia di una ragazzina che non sapeva parlare, sarò molto breve nel raccontarla perché in fondo non c'è molto da dire.
La ragazzina era assai carina, aveva lunghi capelli color nocciola e due occhi grandi e verdi, non sapeva bene comunicare col prossimo, trovava che la gente fosse assai sciocca, diceva sempre tante banalità.
E cosi la ragazzina crescendo decise che avrebbe consumato solo 10 parole per ogni persona che avrebbe incontrato nel suo cammino.
Un bel giorno la ragazzina che ormai era diventata una ragazza si trovò seduta su uno scoglio vicino al mare, lì incontrò un ragazzotto dalla pelle scura che sembrava un principe persiano. La ragazza si avvicinò e capì che neanche il ragazzotto era di grandi parole e cosi lo invitò a sedersi sugli scogli insieme a lei.
Alla ragazza si accese una lampadina e capì che con lui avrebbe avuto la possibilità di parlare e farsi finalmente ascoltare. Cosi la ragazza cominciò a parlare, tanto. A tutt'oggi la ragazza continua a parlare col suo bellissimo ragazzotto dalla pelle scura.
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